Il limbo degli omosessuali palestinesi: cacciati da casa e accolti da Israele

Il limbo degli omosessuali palestinesi: cacciati da casa e accolti da Israele

Il limbo degli omosessuali palestinesi: cacciati da casa e accolti da Israele
(afp)

Sono almeno 150, dicono i dati ufficiali. Ma ce ne sono molti di più. Tanti vivono in clandestinità. Sono scappati dalle loro famiglie perché minacciati di morte una volta scoperta la loro identità sessuale

TEL AVIV – Sharif, Ahmed e Julie si sono dati appuntamento domenica sera a piazza Rabin per partecipare al raduno che ai tempi del corona ha sostituito il tradizionale Gay Pride che l’anno scorso ha visto sfilare nelle strade di Tel Aviv oltre 250.000 persone. Si muovono con disinvoltura tra la folla relativamente intima – un migliaio di persone – salutano amici che non hanno incontrato per mesi a causa del lockdown. Julie – il suo nome di nascita è maschile, ma preferisce essere chiamata così – è particolamente emozionata perché è il suo primo Gay Pride: è arrivata da Gerico sette mesi fa, a differenza dei suoi amici che sono in Israele da quasi due anni. Sharif e Ahmad – anche questi non sono i loro veri nomi, che per ragioni di sicurezza chiedono di non riportare – hanno 27 anni e pure loro sono arrivati da Gerico. Hassan, originario di un villaggio nei pressi di Hebron, raggiunge gli amici in piazza ma c’è troppa polizia e decide di fare dietro front: il suo permesso di soggiorno infatti è scaduto da un paio di settimane e, in attesa del rinnovo, non vuole correre rischi.
Questi ragazzi vivono sospesi tra la patria che li ha ripudiati e che si sono lasciati alle spalle e il vicino-nemico che li ha sì accolti, ma con riserva. In questo limbo angosciante si trovano altri 150 omosessuali palestinesi, e questi sono solo i numeri ufficiali. Chi segue questi casi, sa che ce ne sono molti altri che vivono in Israele nella totale clandestinità anche da 15 anni. Sono scappati dalle loro famiglie perché minacciati di morte, una volta scoperta la loro identità sessuale. Ahmed era un’attivista per Al Qaws, l’unica associazione Lgbtq palestinese, con sede a Gerusalemme, che l’estate scorsa è stata messa al bando dalla polizia in Cisgiordania. Per loro organizzava delle feste gay friendly clandestine a Ramallah e per questo è stato arrestato. “A differenza di Gaza, l’omosessualità non è un reato penale da noi. Ma nessuno in Palestina accetta l’omosessualità e la polizia sa come incriminare i gay: in genere utilizzano pretesti come prostituzione, droga, o di essere dei collaborazionisti per Israele. Sono stato in carcere cinque giorni e mi hanno pestato. Uno dei poliziotti mi diceva “se fossi mio figlio ti ucciderei”. Sono riuscito a uscire con l’aiuto di un avvocato e poi sono scappato in Israele”.

Sono arrivati nei modi più strampalati: chi con la rivendita di permessi di ingresso (“ho acquistato tramite Facebook un permesso di un mese per 2,600 NIS. Normalmente si ottengono gratis, ma così si fa prima” racconta Sharif), chi ha ottenuto un visto temporaneo e non è più rientrato, chi semplicemente camminando: è noto che ci sono vari punti, in particolare nei pressi di Jenin, in cui la barriera che delinea il confine è squarciata e ci passano quotidianamente anche molti lavoratori palestinesi.

In Israele sono aiutati da diverse Ong, tra cui l’Agudà, l’associazione ombrello delle organizzazioni Lgbtq, Habait Hashonè (“la casa diversa”) e Hias, l’associazione ebraica per l’assistenza dei rifugiati fondata nel lontano 1881. L’Agudà assiste i ragazzi per ottenere il permesso di soggiorno temporaneo che viene rilasciato dal dipartimento del welfare del Cogat, l’unità dell’esercito israeliano preposta al coordinamento delle questioni civili palestinesi nei Territori. Il permesso è valido per sei mesi e viene rinnovato a fronte di un colloquio. Ma non consente di lavorare, né di ottenere una copertura sanitaria. “L’obiettivo è quello di sollecitare in tutti i modi la relocation in un Paese terzo” ci dice Merav Ben Zeev, avvocato di Hias. “Ma le procedure per ottenere la relocation per ragioni umanitarie sono estremamente complesse e possono durare anni, si contano sul palmo di una mano i casi che hanno ottenuto rifugio all’estero, quasi tutti in Canada”. Anni fa un ragazzo fu accolto in Italia. A ottobre scorso gli avvocati di Hias hanno presentato un ricorso alla Corte Suprema perché gli venisse concesso un permesso di lavoro e l’assicurazione medica insieme al permesso di soggiorno temporaneo. Ma ci vorranno ancora alcuni mesi prima della sentenza.

“Alcuni casi raggiungono condizioni disperate. Fino a che non si imbattono nella rete di organizzazioni che li aiutano, dormono per strada, non hanno da mangiare. Facciamo il possibile perché non cadano nel giro della prostituzione e della droga” ci spiega Sam, il coordinatore di Habait Hashonè. “Per questo a tutti quelli che si rivolgono a me con richiesta di aiuto io spiego innanzitutto a cosa vanno incontro e suggerisco di lasciare casa solo in casi di minaccia alla propria vita, e non solo perché vogliono vivere in un contesto più liberale nei confronti della loro identità sessuale”.

Julie ha vissuto per quattro mesi a “The pink roof”, una casa rifugio per giovani Lgbtq tra i 18 e i 25 anni, scappati dal contesto famigliare. Dopo quattro mesi si deve lasciare l’ostello e ora gira tra le case di amici. “Insieme a “Bet Dror” (un’altra casa rifugio per minorenni Lgbtq) abbiamo ospitato nel 2019 oltre 300 ragazzi della comunità in situazioni difficili, con diversi background. Circa una ventina di questi sono palestinesi” racconta Alon Brami, dell’associazione Otot, che opera nella rete di case rifugio.

Al raduno è arrivato il momento dell’intervento di Khader Abu Seif, protagonista di un documentario del 2015, “Oriented”, sull’attivistmo Lgbtq tra gli arabi israeliani. “Mi chiamo Khader e sono un gay arabo. Da questo palco voglio dire a quelli come me: ‘Vi voglio bene. Sappiate che non siete soli. I vostri sogni sono legittimi'”. Hassan sogna di poter vivere nel villaggio dove è nato, ma sa che non c’è via di ritorno. Ahmad vorrebbe fare il parrucchiere e sta mettendo i soldi da parte per studiare make-up. I ragazzi continuano la loro serata tra risate e abbracci, sembrano spensierati e protetti nella comunità che si sono creati. Al futuro penseranno domani.

 

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